- Come ti sei avvicinato alla fotografia? Raccontaci un episodio che è particolarmente impresso nei tuoi ricordi. R. Quando ho sviluppato un rullino per la prima volta sono rimasto incantato dal mistero della vita catturata in quel sottile strato di sali d’argento: metti un foglio di carta bianca in un liquido e vedi l’immagine affiorare sulla superficie, una magia. Non so quando sono diventato davvero consapevole di come usare il linguaggio della fotografia ma ci sono voluti molti anni dopo quel rullino.
- Che impressione ti ha fatto vedere le tue foto pubblicate per la prima volta su quotidiani e riviste? R. La prima volta che ho pubblicato mi ha fatto molta rabbia perché le mie foto non venivano mai firmate.
- Quali sono stati i grandi fotografi ai quali senti di dover essere riconoscente per la tua formazione visiva? R. La mia formazione visiva proviene più dal cinema, registi come Andrej Tarkovskij, Wim Wenders, Michelangelo Antonioni, Pierpaolo Pasolini. Come fotografi apprezzo molto Robert Frank, con il suo famoso libro "Gli Americani", William Klein, Diane Arbus, Mario Giacomelli, Antonio Biasiucci.
- Come è nata l’idea di "Senzaposa"? R. Era nata già da diversi anni, ma devo dire, di fronte a un mercato editoriale che non riesce a sostenere economicamente tutti i progetti validi, sono riuscito con l’aiuto di alcuni collezionisti a pubblicare "Senzaposa". Penso che il futuro della comunicazione visiva di massa sia il web. Ma la fotografia non è solo comunicazione di massa. Credo, anzi, che nei prossimi anni sarà valutata come forma d’arte, crescerà il pubblico di cultori che collezionano stampe fotografiche.
- Dalle tue foto è evidente il legame con il tuo territorio. Quale pensi debba essere l’approccio corretto del fotografo con la realtà sociale? R. Il mio lavoro non è un lavoro legato solo al territorio Casertano. Ci sono foto fatte a Napoli, Roma, a Orgosolo e in altri luoghi della Sardegna. La fotografia sociale è una fotografia d’inchiesta e di comunicazione riguardante problemi sociali. Io cerco non solo di documentare ma anche di dare un taglio più artistico, estremizzando l’immagine con il grandangolo, con tagli, ombre, sfocature, eccetera. Ho trascorso molti anni della mia vita a cercare di raggiungere, assorbire, capire e rivelare la realtà. A cercare di avvicinarmi. Ho fotografato di tutto: dai morti ammazzati di camorra alle manifestazioni politiche, per i giornali. So quanto il mio sguardo possa essere invadente. Ma se ho fatto bene il mio lavoro forse qualche volta ho riacceso la vita in chi ha guardato le mie foto. Il fotografo non può guardare alla vita con occhio indifferente. È importante vedere quel che per altri è nascosto, che sia speranza o malinconia.
- Una domanda tecnica. Quali sono i tuoi strumenti per la ripresa tradizionale e come sono evoluti con la diffusione della foto digitale? R. Uso come macchina ancora analogica una Leica M7, una Nikon FM2 e con il digitale una Canon EOS 20D. Per il mio lavoro di ricerca uso ancora la pellicola. Mi piacciono molto anche le foto con i difetti che le rendono più umane.
- Il mercato dell’editoria Italiano è sempre stato un po’ impermeabile rispetto alla pubblicazione di antologie fotografiche, per esempio rispetto agli Stati Uniti e alla stessa Germania e Francia. Quale pensi possa essere l’utilità sociale della diffusione di raccolte fotografiche specialmente riguardo alla formazione dei bambini e adolescenti? R. Riguardo al mercato editoriale ho già anticipato la risposta. Ritengo che possa essere utile la pratica di un nuovo linguaggio, tenendo conto che internet è un mezzo di comunicazione principalmente visivo.
- In sintesi, che messaggio ritieni sia stato affidato all’antologia "Senzaposa"?
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Intervista realizzata da Stefano di Stasio il 16 Luglio 2011.

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